lunedì, 30 novembre 2009
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lunedì, 30 novembre 2009
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giovedì, 26 novembre 2009
Mi chiedo, io, perché si debba avere rispetto del prossimo, e non parlo di tolleranza, ma di rispetto, quando gli altri non ne hanno.
Mi chiedo perché ci si debba sempre compenetrare nelle storie, nelle disgrazie, nei difetti caratteriali altrui, quando poi, gli altri, non si compenetrano minimamente nei miei.
E sono qua.
Qua, in un'altra stanza, a far cadere le dita come macigni sulla tastiera per evitare di urlare. E per non vedere più una faccia da allocco che sfoglia carte per una cosa che avrebbe dovuto fare tre giorni fa.
Che poi non sbaglia, una persona che ho sempre disprezzato per la seguente definizione, a chiamare cani i suoi sottoposti.
Perché, come i cani, la faccia d'allocco e il presuntuoso d'oltre stretto hanno calibrato i loro ritardi sulla disponibilità altrui!
Ecco, in questo momento, loro sono la misura esatta dello schifo che sono la mia vita e questa città di merda!
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venerdì, 06 novembre 2009
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martedì, 23 giugno 2009
Pubblicità regresso

silvio01
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categoria:berlusconi, silvio, patrizia, erezione, brummel, daddauro
giovedì, 04 giugno 2009
21022009Lì, si pensa a noi

La finestra è illuminata.
L’ora è tarda, ma la finestra è ancora illuminata.
Figghioli, non si scherza. Lì, lì dove la finestra è illuminata, si pensa a noi 24 ore su ventiquattro. Non c’è famiglia, non c’è weekend, non ci sono straordinari, fame, sete, bisogni corporali.
Lì, si pensa a noi.
Uhm, si cettu, cettu. Dda cosa, chidda, si po’ fari… E certo compare che ci vediamo! Magari andiamo là… Là, hai capito, dove c’è la cameriera pezzo di nnicchio che, ‘nsomma, va, nni capemmu… No, no! Chi ddici! Nun ma fici! E poi sono sposato. E si u sapi me mugghieri, m’uscia i mussa….

Lì, si pensa a noi.
Sì, cettu, cettu. In barca cettu che ci andiamo! E poi lo sai che come pesco io!... Sì, u cammareri, eheheheh, l’avemu… Comu cu è? Ni liggisti i giunnala?... Va, minchia: dopo che unu ti fa u babysitte, ti ccatta a focaccia, fa il marinaio, và lo sciacquino ‘nsomma, che, non lo ricompensi?... Comunque, stavamo dicendo? Ah sì, dda cosa dda: dimmi pure….

Lì, si pensa a noi.
Cioè tuo compare iavi un casotto in terazza e vuole fare la mansarda? E no che non si può fare!... No, manco se ti rivolgi a quello… No, ti ripeto, quello, in questo periodo, non è il caso di chiamarlo. Eppoi ni liggisti i giunnala?... Ma il palazzo com’è, come c’ha l’intonaco?... Ah, bonu! E allora ti consiglio di rifare la facciata, che poi te la fai pagare anche dagli altri condomini… Come che c’entra? Qua nessuno ricorda niente: se quando si tolgono le impalcature c’è un piano in più, non s’u sgama nuddu.
Lì, si pensa a noi.
…E quindi c’è u ziticeddu ‘i to figghia? E sa fare quacche cosa?... No? Vabbò, non importa. Allora, abbiamo due strade: la prima dipende se ha già fatto il servizio civile… Ah, u fici? Mammaja. Allora, guarda, fammi chiamare al marinaio, ahahahah, e ti faccio sapere. E’ un lavoro umile, ma, ‘nsomma, lo bulliamo in un ufficio e se la può minare tranquillamente… Compare, più di questo non pozzu fari… Basta che poi si maritano, ‘sti dui, ehehehe….
Lì, si pensa a noi.
Comparello, devo andare che c’è l’auto che mi aspetta… No, chi autoblù! A mei!... Eggià, tempi brutti sono! Fortuna che ora c’è l’estate, e poi arriva la Vara e tutti vaddanu a idda. E poi speriamo che riesco a far venire qua Lui… No, che Napolitano! Chiddu è comunista e nni calau u paccu du voti. Lui è Lui, l’unico e il solo: è quello che nni fici diventare ‘mpottanti a tutti… E se non viene? Intanto lo annunzio, tanto qui hanno la memoria corta. E se proprio va male, chiamo a chiddu chi canusci pur’i petri e n’inventamu n’autra littra da Madonna….
Lì, si pensa a noi.
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venerdì, 10 aprile 2009
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domenica, 22 febbraio 2009
IL_CARNEVALE_DEGLI_ANIMALICannaluvari

La musica pulsa, tutt’intorno stelle filanti, colori alle pareti e io. Senza più l’età.
Scegliere di bere birra, a quaranta anni meno più di uno, significa solo una cosa: pisciare ogni mezz’ora e non trovare la forza per alzare il culo e ballare.
Fortuna che ci sono gli amici. Almeno loro…
Eppoi, sinceramente, il carnevale, io, l’ho sempre odiato.
Forse c’è una ragione storica: quando andammo al negozio Peter Pan (che ovviamente ha chiuso) con mia mamma e mio fratello, io volevo un costume dinamico con arma. Insomma, va, mi volevo vestire da Zorro. E invece? Invece mia madre, sfruttando la minorissima età, mi impose un costume da clown.
Ecco, forse è proprio da allora che odio il carnevale.
O forse soltanto perché bisogna stare allegri. Tipo a Natale, va. Ma con una differenza: a Natale vengono gli amici lontani. A carnevale, invece, vedo maschere che si sovrappongono ad altre maschere. Una stratificazione della quale ritengo di poter fare a meno.
Anche perché, di maschere, io ne ho già cinque almeno. E alla sesta dico "grazie, no".
Però magari, cioè, una parrucca, forse, ecco, insomma, magari la potrei gradire….

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venerdì, 06 febbraio 2009
monoscopioBuonasera, buonasera

Ché poi il mio venerdì è come una sigla della televisione in bianco e nero. Quella della professionalità, delle prove, del governo che uniformava il linguaggio facendo incazzare giustamente il P.P.P.. Quella che avevi finito di mangiare, lo schermo era bombato, c’erano tanti tasti per due canali soltanto (ecco, cioè, io appartengo alla generazione di raiuno e raidue insieme) e iniziavi una digestione con tutti i crismi:
1) Annunciatrice sorridente e professionale (amavo Roberta Giusti, che morì di tumore, come a tutti adoravo la Elmi, la Orsomando mi sembrava già vecchia all’epoca, avevo una perversione per Paola Perissi e trovavo, chissà perché, curiosissima Mariolina Cannuli).
2) Pochi secondi di nero e poi intro musicale, titoli di testa, presentatori e autori. Perché cazzo, sì, gli autori ci vogliono. Non come ora, che si è in cerca d’autore per qualsiasi cosa.
3) Quindi, la magia: movimenti di macchina, stacchi, balletti, musiche e canzoni originali, effetti di luce....
Insomma, dopo una settimana di routine, quella sigla soltanto era un premio, un narcotico d’eccezione, uno stargate verso altre realtà. O anche solo il preludio al dovere coniugale settimanale.
Ecco, il mio venerdì è così: una sigla di testa della televisione in bianco e nero.
Inizia la mattina e finisce a notte fonda.
Ma, dopo la sigla, non c’è alcun programma.
Perché io, come autore, lo confesso, sono un po’ carente.
E potrei anche spiegare il perché, ma sta arrivando Sylvie Vartan….

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martedì, 03 febbraio 2009
Reginella1A margine, sui margini

Li vedo, i marinai russi. E’ da una giornata che li vedo. Facce simpatiche, i russi. Beh, se non ci fossero stati loro, quell’alba del 28 dicembre del 1908….
Li vedo, i marinai russi. Hanno lo sguardo vispo, il passo dinoccolato e qualche bottiglia di birra in mano. Beh, dovranno divertirsi pure loro, ogni tanto?
Li vedo i marinai russi. Ormai sono a pochi metri. Io, intanto, mi sto sciarriando col distributore automatico delle sigarette. I marinai russi sono ormai a un passo e, tra l’1 e il 6 del 16 che, per l’apparecchio, significa Marlboro Lights morbide, la mano di uno di loro si posa di slancio sul sedere di una ragazza che parla al cellulare dietro di me….
Ecco, se i cento anni che separano la città dal 1908 potessero essere raccontati dal passaggio su un fondoschiena, la città non sarebbe poi ridotta così male. Invece, nonostante il trasporto dei russi per la regina decaduta dello Stretto sia rimasto identico, Messina è tutt’altro che un culo da apprezzare.
E non è un problema di soldi, ma di testa. Di politica.
Si è giunti al centenario con una mano davanti e una di dietro. Certo, sì, c’era un Comitato nazionale. Ma non è mai partito per dispute interne legate agli schieramenti. E c’era anche una programmazione: manifestazioni, mostre, eventi. C’era un po’ di tutto, ma non c’era niente.
In fondo, bastava esercitare la memoria e porsi una domanda: che città è la Messina successiva al sisma?
Bastava una domanda per imboccare una strada diversa. Cominciando proprio dal titolo del “pacchetto centenario”: invece del prefisso di Bari con un otto in coda, “0808”, un semplice “Messina città del Novecento”. Un titolo per cercare di ottenere un disegno di legge volto al recupero e alla valorizzazione degli edifici costruiti dalla data del disastro alla fine degli anni Cinquanta (ultima grande stagione, forse, dell’architettura messinese). Un provvedimento che prevedesse sgravi ai cittadini che li abitano e promuovesse un’attività edilizia “virtuosa”. Ma che comprendesse anche il ripristino del sistema di slarghi e piazze pensati da Borzì e caratteristici della città ricostruita. Invece? Invece niente. Ancora non esiste un piano del colore e neanche una base di buonsenso negli interventi. La città, poi, avrebbe potuto chiedere un’Accademia di Belle Arti pubblica (mancante), oppure una scuola di restauro convenzionata con l’Istituto centrale o con l’Opificio delle Pietre dure (non esiste da Roma in giù e avrebbe attratto studenti). Si sarebbero potute gettare le basi, insomma, per un recupero del patrimonio artistico e architettonico che avrebbe generato forze e professionalità proprie, invece di chiedere quattro spiccioli con il piattino in mano e la faccia mesta.
E poi bastava anche un’altra domanda: che cosa è rimasto della vecchia città e come si può salvare? Una domanda contraddetta dai fatti. Come mai si può pensare, a Messina, di tutelare le preesistenze se poi, contemporaneamente, si demoliscono interi brani ottocenteschi e si lascia andare a sicura morte ciò che resta del settecentesco quartiere Avignone? Come mai agire, se qualsiasi ritrovamento archeologico è fonte di disturbo per la sacrosanta attività dei palazzinari e se un’intera area della vecchia città, il Tirone, deve per forza rimanere un boccone prelibato per i soci di una società di trasformazione urbana che sogna di costruire al piccolo costo del restauro di qualche palazzina?
Gli assessori Ardizzone e Caroniti assicurano che la rinascita è iniziata dal 28 dicembre del 2008. Ma la rinascita non può passare da “mostre a pacchetto” e da match tra gli artisti. Perché potrebbe essere sufficiente anche solo un biglietto integrato con quello del tram per portare visitatori in un Museo, il regionale, che con due Caravaggio, un Antonello e un’intera città in parte rimontata al suo interno rappresenta già un boccone più che appetibile per i palati dei croceristi. Così come, sufficiente, potrebbe essere assicurare l’apertura dei monumenti e dei luoghi da visitare in centro storico. In che modo? Anche utilizzando il solito sistema clientelare. Con cooperative e obiettori di coscienza chiamati non a scerbare e fare campagna sulla raccolta differenziata dei rifiuti, ma a sorridere e a vendere cartoline ai turisti.
I cento anni trascorsi dal 1908 non sono stati tutti negativi. Perché la decadenza è giunta con la barbarie degli ultimi quaranta anni. E la solitudine sta iniziando solo adesso. Con una città supina, senza forze propulsive, senza memoria, senza una classe dirigente all’altezza e un popolo attento e pronto a indignarsi. Una prova? Ecco alcune date.
Messina 1197. La data di consacrazione della Cattedrale è stata scandita con il consueto tono stentoreo dal presidente della Fondazione Bonino Pulejo nell’occasione che ha trasformato le tre navate dell’edificio in una sala cerimonie con i colori sociali della Svezia, stante la consegna del “Gran Mirci” alla principessa ereditaria del paese nordico. E solo questo mancava al monumento che è anche l’araba fenice della città: diventare la “splendida cornice” per la manifestazione clou dei supermen degli everymen nostrani. Ed è così che, grazie all’evento-premiazione, un’altra data, il 2009, si va ad aggiungere alla teoria di calamità che hanno colpito il Duomo durante la sua storia: i terremoti del 1783 e del 1908, l’incendio del 1943 (con la beffa della sempre taciuta sottrazione di ciò che restava dell’apostolato concepito da Montorsoli), il successivo ripristino “painiano” (con la copertura del pavimento cinquecentesco) e l’improbabile mosaico dell’arco trionfale realizzato per il giubileo del 2000 (tacendo della nuova porta maggiore). Forse, a giustificare la cerimonia, in futuro, provvederà qualche asservito storico locale, che ricollegherà la “Svezia” di Vittoria con la “Svevia” di Corrado IV (circostanza non ricordata), durante i funerali del quale, nel 1254, la chiesa conobbe la sua prima distruzione.
Messina 1847. “Fatti precorrendo idee…”, recita la lapide che, da piazza Duomo, introduce in via Primo Settembre. Dell’iscrizione che ricorda i moti esclusivamente messinesi che precedettero quelli più noti del 1848, a centosessanta anni di distanza, nel 2007, nessuno si è ricordò.
Messina 1848. Beh, che dire? La città ribelle, protagonista del ‘48, fu bombardata da Ferdinando II (ne sa qualcosa la fontana del Nettuno). Ma, qui a Messina, la memoria è opinabile e tutto va in revisione, come le auto. Così, nel 2008, il dibattito sull’opportunità di spostare la statua di “re bomba” da piazza del Governo a quella che separa Università e Tribunale ha acceso gli animi e messo in moto capi acquiescenti. Perché a volerlo, in fondo, era il rettore, motivato dalla circostanza che fu proprio il borbone a riaprire l’Ateneo. Borbone rivisitato, inoltre, da un testo teatrale del figlio del Magnifico. Da quando l’Università è sotto un bombardamento giudiziario alla “re bomba”, però, non se ne sta parlando più. Coincidenze, le chiamano.
Messina 1968. L’allora sindaco Giuseppe Merlino riaprì, per una sera soltanto, il Teatro Vittorio Emanuele. Mia nonna, che la sera del terremoto del 1908 aveva una manciata di anni, entrò dentro la sala a ferro di cavallo, con i palchi ancora a rustico, e si commosse. Per fortuna non ebbe il tempo di sapere che, nel giro di un decennio, l’edificio sarebbe stato svuotato, distrutto e brutalizzato. Di quella sera, oggi, si parla raramente. Perché memoria chiama memoria da rimuovere. E a Messina non è mai il caso di esercitarla, la memoria, anche quando si tratta di cose innocue. Come i centocinquanta anni del Vittorio Emanuele, primo teatro moderno di Sicilia, che, nel 2002, chi sovrintendeva l’ente autonomo regionale festeggiò con un portacenere. In compenso, poco tempo dopo, l’allora presidente Barresi celebrò i vent’anni dalla riapertura con le cosce di Alba Parietti.
Messina 1977. Apre i battenti il Teatro in Fiera con la messa in scena di “Merli e Malvizzi” di Biagio Belfiore, diretta da uno sconosciuto (all’epoca) Andrea Camilleri. Oggi la sala è una scatola vuota. Una scatola che, comunque, non tornerà mai più teatro.
E’ il caso di continuare? Forse no. Ci sono altri trenta anni da dimenticare. Preludio ai cent’anni di solitudine:
….Era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babibilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra….

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venerdì, 16 gennaio 2009
venerdiE’ venerdì

Almeno un giorno alla settimana non vorrei uscire dal lavoro mentre le saracinesche si abbassano.
Almeno il venerdì gradirei tornare a casa, magari rilassarmi sotto la doccia come non ho potuto fare la mattina, e poi uscire.
Ché oggi è venerdì.
Ché oggi è l’inizio dei due giorni di libertà concessi.
Ché poi si torna a lavoro. Lunedì.
Nel tunnel.
Quel tunnel del quale non mi va più di parlare qui.
Capito Nonenti?
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mercoledì, 24 dicembre 2008
facebookNonenti, io dissento

L’amico Nonenti sostiente che Facebook ha ucciso i blog.
E non è l’unico a pensarla così.
Personalmente, dissento. Perché lì, sul social network, in quella dimesione da sei gradi di separazione diviso sei, gran parte dei miei pensieri restano soltanto miei.
Troppi amici poco amici, su Facebook.
Troppe persone che non devono conoscere come la penso.
E gli amici veri?
Certo, quelli su Facebook ci sono, ma non hanno certo bisogno di uno schermo per sapere cosa mi passa per la testa.
Se questo blog ha rallentato la sua corsa è perché non ha mai avuto lo spirito della vetrina, della ricerca del consenso o della risata a tutti i costi. E neanche dell’affannoso tentativo di rendere Stravacco un personaggio complesso e sensibile, tormentato e decadente, intellettuale e ironico. Insomma uno adatto ai canoni consueti di questi luoghi.
Lippoland si riempie quando ho qualcosa da dire.
E per ora è rimasto vuoto perché non ho intenzione di travasare nei post il mio malumore.
In ultimo, tornando a Facebook, lì non posso certamente azzannare chi mi sta sul cazzo senza incorrere in una facile querela. E, di querele, bastano quelle che ho.
A tutti, felici e spensierate feste!
Chissà, magari saremo gomito a gomito a bere qualcosa senza neanche conoscerci.
Ed è questo che fa vincere il blog!
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giovedì, 04 dicembre 2008
pianoforteIl regalo sbagliato

Il regalo che avevo pensato per te, non lo farò mai.
C’eravamo tutti, in quel pomeriggio dell'aprile 1971.
Io in prima fila, che metto la mano dentro alla torta con una sola candelina.
E poi tu, alla mia destra, che ridi di gusto.
E poi mamma, papà, i cugini, gli altri zii. Lo zio tuo marito.
A distanza di trentasette anni, quella foto è diventata un repertorio di morti. Piccolo, ma sempre repertorio è.
Così, il regalo che avevo pensato per te non lo farò mai. Perché la gigantografia rilavorata di quella foto, dentro una cornice, sembrerebbe quasi un commiato di dubbio gusto.
Proprio perché la prossima, in quella teoria di morti su sali d’argento, sarai tu.
Avevo già scritto di te, in un post.
E avevo parlato del “quanto tempo resta”, dopo la notizia di certi tuoi malesseri.
Certo, tu sei ancora tale e quale, sembri uguale a prima che accadesse il peggio. Ma il tempo è passato quasi del tutto. E l'ho misurato, senza accorgermene, con la mia esistenza circolare e ripetitiva.
Così, vigliaccamente, lo dico qui. E mentre mi vien solo da piangere: ti voglio bene, anche se ho cominciato a dimostrarlo solo da qualche anno.
Con affetto, il tuo D.. Senza la mano sulla torta. Ma a picchiettare su una cazzo di tastiera....
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venerdì, 21 novembre 2008
consultaAno zero

Che io ieri “anno zero” non l’ho seguito in televisione però praticamente quello che hanno detto lo sapevo già perché era sul settimanale Centonove che non è stato citato ma mi dicono si sia visto in una ripresa fugace però che cazzo pretendo in fondo “anno zero” è un programma di raidue e Centonove è solo un settimanale siciliano dove un pugno di persone fa il lavoro che gli altri sfruttano ma se gli altri sono “anno zero” che è un programma di raidue allora megghiu mi mmi staiu mutu.
Che io ieri “anno zero” non l’ho visto e non so che di persone intelligenti c’erano solo due professori uno della bocconi e l’altro della cattolica perché il resto erano un architetto che se è vero quello che raccontava di sé io divento fan di padre pio e poi studenti di sinistra con il look della sinistra di noi giovani che protestiamo tipo vi ricordate luca barbarossa e massimo ghini cioè quelle tipologie di contestatori che poi hanno agiate famiglie alle spalle e ben integrate nel pci pds ds pd che luca barbareschi chiamato ad "anno zero" per la par condicio gliela può solo sucare cosa che d’altronde mi sembra giusta visto che è un attore scarso che cambia sempre bandiera e lo farei mangiare dai cannibali di cannibal holocaust che lui stesso interpretò nei tardi anni settanta.
Che io ieri “anno zero” non l'ho visto e sicuramente ho perso tante cose interessanti tipo che si parlava anche di antonio saitta del pd nell’ambito di parentopoli o magari si diceva anche che il cognato del giudice costituzionale ex rettore è stato ai domiciliari per l’operazione oro grigio e che il genero dell’attuale rettore con il suo predecessore giudice costituzionale era nel consiglio di amministrazione di unilav.
Che io ieri “anno zero” non l’ho visto e quindi non ho assistito alla palata di merda che giustamente si merita non solo l’università di messina ma tutto il sistema italia improntato su segnalazioni raccomandazioni e concorsi che sono così truccati che tanto vale neanche farli e che pure quelli che denunciano le pressioni nei concorsi tipo a veterinaria di messina fanno i concorsi blindati e lerci come li fanno gli altri e tutto il mondo universitario lo sa e solo la gente non lo sa e per questo si stupisce e scandalizza salvo poi brigare per un "cuncurseddu pi' mme figghiceddu".
Che io, ieri, “Anno zero” l’ho guardato. Ma per un po’. E conoscevo bene ciò che hanno detto. Anzi, c’era anche di più da raccontare. E in tutte le direzioni. Ma l’effetto sensazione batte sempre l’analisi che dovrebbe preludere alle soluzioni. Analisi che, quindi, non raggiungerà mai la grande stampa. Perché purtroppo, presto, l’Università di Messina scomparirà dai media come l’aviaria, la mucca pazza, le violenze domestiche e i rumeni ubriachi che investono i poveri passanti. Scomparirà, cioè, prima di assurgere a metafora di un sistema che, in tutti i settori, sembra inimmaginabile scardinare dal fare italiano, siciliano e messinese. Scomparirà perché “questa è la stampa bellezza”. E ha le sue balorde regole. Forse, se ne riparlerà nel 2009. Ma solo se il rettore Franco Tomasello verrà condannato.
Diversamente sarà gradito un trafiletto per dovere di cronaca. Perché c’è gente che, "costituzionalmente", vuol sempre aver ragione.
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venerdì, 31 ottobre 2008
31102008(001)Sullo scivolo

Cosa c’è da raccontare? Niente.
Niente da raccontare.
Cosa c’è da dire? Niente.
Niente da dire.
Cosa c’è da amare? Nulla.
Nulla da amare.
Cosa c’è da odiare? Tutto.
Tutto da odiare.
Appartengo a una generazione nata in cima a uno scivolo. Bello lo scivolo, quando si è bambini. Brutto, lo scivolo, quando diventa un intero paese e tutta una società. Quando non è più lamiera liscia e luccicante, quella che ti scorre sotto il culo. Ma carta vetrata. A grani grossi e taglienti.
Appartengo a una generazione che guarda quelle che la seguiranno con tenerezza e sconforto.
Appartengo a una generazione che, diocristo, osserva suo nipotino di tre anni che si appassiona per “gig robot”, come accadeva a lei, ma non riesce a immaginare in quale mondo potrà mai vivere tra venti, di anni.
Appartengo a una generazione che si sublima nei caffè al volo, nelle comunicazioni al volo, nelle sere a tu per tu in compagnia di un po’ d’alcol. Che, sì, aiuta a star meglio, ma ha il suo contrappasso nel risveglio dell’indomani.
Appartengo a una generazione che ancora conserva, poco, una capacità di discernimento. Ma che, nonostante ciò, si incazza da matti quando sente i suoi stessi appartenenti sparare stronzate disinformate su tutto, dal maestro unico alle prostitute, senza rendersi conto che, questa volta, sta andando in scena esclusivamente una farsa per distogliere l’attenzione dal problema reale: soldi non ce ne sono più, abbiamo fatto finta di tagliare le tasse ma vi inculiamo ugualmente travisando tutto con leggi populiste che fanno felice “a gentaredda” e quei quattro merdosi che, nella mia città, hanno talmente tante case e rendite di posizione (regalate da politica, massoneria e gioco di lobby) da poter stare bene per altri centocinquanta anni.
Appartengo a una generazione che è l’ultima, e per pochi è così, ad avere il posto fisso e il contratto.
Appartengo a una generazione che si prepara a perderlo, il posto fisso e il contratto.
Appartengo a una generazione che vorrebbe andare via. Ma non come nei film di Salvatores che tanto mi piacevano. Perché quando non puoi più bilanciare il disagio per ciò che ti circonda con l’agio di quei pochi soldi mensili, allora non ci sono più cazzi.
Appartengo a una generazione che guardava Supergulp e Tante scuse, ha visto nascere Domenica in ma preferiva L’altra domenica, sentiva ancora cinguettare l’uccellino della radio e dei paninari se ne fotteva alla grande. Tanto più che “da Kenny girava la ddroga”.
Appartengo a una generazione che oggi vede starlette e semi-intelligenze in malafede sotto l’egìda (come dice Maria Stella) di quel Berlusconi che mi sta sul cazzo dal 1987.
Appartengo a una generazione che non riesce più, come accadde vistosamente alle precedenti, a coniugare il bisogno generale a idee in cui credere con fede tale che i seguaci di padre pio sarebbero dei dilettanti. Anche se, francamente, inizio a comprendere i discorsi declinati col mitra e con le bombe.
Appartengo a una generazione che ha fatto fin troppa retorica del suo essere generazione dei trenta. Sbagliando. Visto che, ad arricchirsi, è stato solo Fabio Volo.
Quindi, scendo dallo sciviolo e chiudo questo post.
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